martedì, 09 settembre 2008
Sono figlia di insegnanti e, come se questo non bastasse, sono io stessa un’insegnante, come lo è mia sorella e come lo sono state molte mie zie. Insomma, potrei paragonare la mia famiglia a quelle stirpi di notai che si perpetuano lo studio e i clienti, con la differenza (notevole) dei soldi e del prestigio. Ma non è questo il punto. Come ho già scritto diverse volte, sto assistendo alla parabola ascensionale delle gesta del nostro Ministro dell’Istruzione e da indignata, arrabbiata, sconfortata, disgustata sono passata al sentimento dell’incredulità. Il ritorno al maestro unico non è una trovata originale di questo governo. Già nella scorsa legislatura, sempre con Berlusconi, l’allora ministro della Pubblica Istruzione (perché prima si chiamava “Pubblica Istruzione”, chiaro no?), la cavallina Letizia Moratti, aveva tentato questa stessa strada, mascherandola sotto il nome di “maestro prevalente”. Nella pratica, cercò di introdurre comunque il maestro unico, ma in maniera più sottile, senza quasi farsene accorgere: bizantinismi da ministro con una certa età sulle spalle. Con la caduta del suo governo, la sperimentazione finì dove meritava di stare fin dal primo momento: nel cestino della carta straccia. La Gelmini invece, con l’irruenza tipica della sua brillante gioventù, ripesca dalla spazzatura la geniale intuizione della sua mentore e getta sul tavolo non la proposta – badate bene – ma il decreto bello e fatto, con al suo interno la figura del maestro unico che comincerà ad essere presente già dal prossimo anno scolastico, sulle future prime classi. Naturalmente, nell’arco di cinque anni, spariranno i team costituiti da due maestre o tre e spariranno anche le insegnanti specialiste di lingua inglese, altra importante risorsa che va a farsi benedire, così come diminuiranno vistosamente gli insegnanti di sostegno. E, per chi non avesse ancora capito come stanno le cose, sparirà anche il tempo pieno che, attenzione, non è solo l’ancora di salvezza per quelle famiglie che non hanno dove lasciare i figli dopo la scuola, ma è nato soprattutto per quella nuova concezione di educazione all’apprendere che garantisce al bambino la possibilità di imparare con tempi più lunghi e più distesi. Di queste cose il ministro, evidentemente, se ne infischia. Il refrain che sento da più parti è sempre lo stesso: “il bambino ha bisogno di punti di riferimento”. Santi Numi, come se i bambini di oggi vivessero fino alla scuola dell’obbligo chiusi in una cella dorata, con scarsissimi contatti con il mondo esterno e con le sole facce di mamma e di papà a rappresentare la realtà! Sapete bene quanto me che i nostri bimbi, fin dalla più tenera età, sono abituati a socializzare con diverse figure: dalle maestre della scuola d’infanzia che sono sempre state due (come mai bimbi di due o tre anni non hanno bisogno di punti di riferimento?), alla baby sitter, all’allenatore di calcio e a quella di danza o alla maestra di lingue e così via. Ma continuiamo: se siete sui trenta anni in su, avrete senz’altro avuto il tanto angelicato maestro unico. Vi ricorderete che insegnava tutto, proprio tutto, ed era padrone assoluto della sua classe e di voi alunni, nel senso dell’insegnamento - apprendimento e della conseguente valutazione. Forse siete stati fortunati e vi è capitato uno di quei maestri da manuale che, più che la fredda nozionistica, vi ha insegnato a saper vivere, oppure siete stati sfortunati e ne avete ancora brutti ricordi che vi popolano le notti di incubi. Ma ditemi, quali materie, oltre all’italiano e all’aritmetica, insegnava allora il maestro unico? Inglese forse? Informatica magari? Vi portava giù in palestra a fare quattro salti con le corde o ad apprendere le regole della palla avvelenata? Vi insegnava a riconoscere le diverse melodie e gli stili musicali? A suonare uno strumento? E l’educazione all’immagine forse non si riduceva alla cornicetta della prima pagina del quaderno oppure a ricordare che esistono i colori primari e secondari? Insomma, un maestro che possa essere in grado di padroneggiare tutte queste discipline, temo proprio che non possa esistere. Anche perché, con un orario di 24/25 ore a settimana, non potrebbe neanche se volesse. E se fosse un cattivo insegnante, cari estimatori del maestro unico, chi mai potrebbe correggere i suoi tiri, giacché non avrebbe il dovere di confrontarsi con nessun altro? E i bambini cosiddetti svantaggiati? Chi penserà a loro? Nessuno, ve lo dico io e ve lo dicono i tagli che questo ministro sta attuando sulla figura dell’insegnante di sostegno. Già da quest’anno, bambini anche gravi, non possono più contare su di una maestra che possa occuparsi proprio di loro. Magari sono guariti, meraviglia di santa Gelmini!
Nei miei ricordi di alunna popolati dal maestro unico, anzi maestra, spicca un solo anno che brilla con particolare lucentezza: la terza elementare, svolta in un paesino dell’agronocerino-sarnese (ndr. provincia di Salerno), in cui la mia classe venne accorpata ad un’altra terza per opera di due maestre molto affiatate tra loro. Una sperimentazione ante-litteram dei moduli di oggi. Eravamo tanti alunni, naturalmente, ma quell’ anno non lo dimenticherò mai più per quello che mi ha insegnato di così diverso dalla norma. Discipline trattate in maniera inusuale, teatro (e chi immaginava che si potesse fare teatro a scuola?!), mercatini con prodotti costruiti da noi alunni, cartelloni su ogni argomento, esperimenti scientifici, persino educazione sessuale. Ecco, tutto questo che a me sembrò così eccezionale e bello quando capitò a me, è la norma oggi nella scuola dei moduli e del tempo pieno. Oggi i vostri figli, grazie alla scuola dei moduli e del tempo prolungato, hanno garantite tutte queste attività. E, guardandoli da vicino come mi capita per il mio lavoro, non mi sembrano disorientati e spaventati dalla mancanza di figure di riferimento. Anzi, ogni nuova maestra suscita la loro curiosità e interesse, ogni cambio di docente con conseguente cambio di disciplina accende in loro nuova voglia di imparare! Certo, a volte mancano la carta igienica e il sapone e ci devono pensare i genitori, ma la colpa è dei fondi che mancano sempre per la scuola pubblica; a volte nascono incomprensioni tra un genitore e un insegnante; a volte qualche alunno è più riottoso del solito oppure fa più fatica a raggiungere gli obiettivi predisposti dalle maestre ma, grazie al cielo, nessuno rimane indietro, nessuno viene dimenticato perché non ce la fa da solo o perché, come disse qualche tempo fa Berlusconi, i figli degli operai non possono laurearsi!
Parliamo adesso di quello che succederà ai maestri e diciamo tutta la verità: questa riforma scellerata, che mira a distruggere la scuola del modulo e del tempo prolungato per favorire la scuola privata, non ha a cuore il bene dei bambini ma ha fortissimamente a cuore far quadrare i conti di Tremonti attraverso i tagli stabiliti dal decreto appena firmato. Gli insegnanti, tutti, anche quelli già di ruolo, non dovranno sentirsi al riparo. Il motivo è chiaro: contraendosi il numero di insegnanti (ce ne vorrà solo uno per classe), tutti gli altri andranno in esubero. E dove andranno? Ad insegnare al Nord se vivono al Sud? E perché, lì non ci sarà il maestro unico? La riforma investirà tutta la scuola pubblica e si allargherà a macchia d’olio in ogni realtà geografica. Andranno in altri ministeri? Perché, lì non ci sono tagli? E il personale precario, senza il quale la scuola italiana non potrebbe continuare ad andare avanti? Tutti fuori, senza possibilità di remissione. Uomini e donne che hanno insegnato anche per decine d’anni, che hanno studiato e continuano a studiare perché hanno a cuore il proprio lavoro e gli alunni a cui insegneranno, che hanno raggiunto posti sperduti pur di guadagnarsi la pagnotta, che hanno affrontato “indigeni” poco ospitali e vissuto in camere d’affitto pur di fare punteggio e salire in graduatoria, beh, cari amici, “la festa” è finita, andate a casa! Anche se avete già cinquant’anni e più, dovrete riciclarvi sperando di trovare un posto di altra natura! Sarà mai possibile questo?
Una persona a me molto cara e con un gran senso di giustizia, concetto quest’ultimo assai rivoluzionario di questi tempi, mi ha suggerito all’orecchio:” ma dimmi, secondo te, con l’entrata in vigore del maestro unico, non dovrebbero sparire anche gli insegnanti di religione, che solo grazie a Berlusconi sono riusciti ad entrare di ruolo e a percepire lo stipendio, non dal Vaticano ma dallo Stato Italiano?”
E già, stando alle dichiarazioni della Gelmini, se il maestro è unico, è unico! Sia chiaro, io non ho proprio nulla contro gli insegnanti di religione, hanno famiglia pure loro, ma credete davvero che questo Governo potrebbe mai fare un provvedimento che li tagli fuori? Però, se la coerenza è coerenza come sostiene la Gelmini, il maestro unico deve insegnare pure religione. O forse questo genere di insegnanti avranno un trattamento preferenziale e sono dei privilegiati, sol perché favoriti lungo il loro percorso scolastico dall’unto del Signore?
Dio non voglia!
banner468x60-gold di diabolicomarco
 
postato da: Chronica alle ore 19:31 | Permalink | commenti (5)
categoria:scuola
martedì, 09 settembre 2008
L’episodio che vado a narrarvi è accaduto ormai un anno fa. Non è particolarmente grave, né particolarmente buffo, però può darvi la stima di come si comportano alcuni dirigenti con gli insegnanti, soprattutto precari (pare che ci distinguano da quelli di ruolo per una specie di lettera scarlatta alla Hawthorne), e di come impieghino il loro potere e il loro tempo quando avrebbero di meglio e di più costruttivo da fare. Nessuno mi toglie dalla testa, allo stato delle cose, che se la scuola pubblica va avanti non è quasi mai merito dei suoi capi.
 
L’anno scorso perciò, avevo preso servizio in questa scuola grazie ad un incarico annuale, cioè un contratto di lavoro conferito dall’ex Provveditorato agli Studi, da settembre a giugno. In questa scuola, per un miracolo della sorte e contrariamente al solito, ci ero approdata già dal 1° settembre, perché in genere gli impiegati ci mettono moltissimo a stilare e pubblicare le graduatorie da cui si attinge per queste supplenze. Avevo quindi conosciuto la dirigente, una placida signora sui sessanta anni, bionda e con qualcosa nella boccuccia e nel vezzo di spostarsi i capelli della Monroe, Marilyn Monroe. Sono abituata a conoscere i dirigenti una prima volta e poi a non vederli quasi più per il resto dell’anno, se non alle riunioni e ai collegi dei docenti. Noi precari, in genere, non rivestiamo nessuna di quelle funzioni che abbisognano di contatto stretto con i capi e i loro luogotenenti e se veniamo convocati, non è quasi mai per darci una bella notizia o per godere della vista della nostra affascinante persona!
 
La signora, all’atto della presentazione, quasi non mi fece accomodare, chiedendomi con aria annoiata dei miei trascorsi lavorativi e illustrandomi brevemente le classi che mi sarebbero state assegnate. Boh, sono abituata anche a questi modi poco urbani, che volete farci, è il duro mestiere della precaria. Addirittura una volta una preside, affibbiandomi un orario già compilato, mi avvertì minacciosamente di non farlo cambiare alle mie colleghe (che ancora non avevo conosciuto), altrimenti se la sarebbe presa con me. Ero entrata in quella scuola da dieci minuti neanche!
Comunque, tornando alla vicenda, subito mi premurai di avvertire la bionda dirigente che avrei partecipato ad un corso di formazione, organizzato e gestito dal Ministero della Pubblica Istruzione, per cui se qualche volta mi fossi dovuta assentare era per quel fondato motivo. Lei alzò un sopracciglio, ma non mi chiese né quale fosse il corso, né in cosa intendessi formarmi. Semplicemente, non le interessavo. Mi congedò, con un cenno quasi regale delle corte dita ingioiellate, per far passare l’insegnante successiva.
 
Passarono i mesi, avevo stretto ottimi rapporti con le mie colleghe, seguivo il corso senza troppe difficoltà poiché si teneva il sabato pomeriggio e proseguivo nel mio lavoro a scuola. Un martedì però, a causa di uno dei professoroni del mio corso, l’intero calendario venne stravolto e costui mise una lezione fondamentale il lunedì seguente dalle 15.00 alle 19.00. Tragedia! Era proprio il giorno in cui facevo lezione il pomeriggio e non solo, perché era anche quello in cui la mia dirigente aveva deciso di fissare le riunioni per scrutinare gli alunni. Non potevo assentarmi dal corso, pena l’esclusione agli esami e non volevo far mancare la lezione ai miei alunni. La mancata presenza agli scrutini non sarebbe stata un gran guaio perché, come mi avevano confermato le mie colleghe, quel giorno avevo solo una classe mentre tutte le altre nei giorni successivi, per cui sarebbe bastata una semplice relazione. Mi attivai immediatamente, chiedendo alla mia collega un cambio turno in virtù del quale gli alunni non avrebbero perso la lezione con me e presentando subito domanda alla dirigente in cui specificavo il cambio e i motivi della mia assenza del pomeriggio. Il venerdì, poiché non mi era giunta nessuna nuova, chiamai in segreteria per sapere la sorte della mia domanda: tutto a posto, mi venne risposto, tutto approvato. Ahhh, la vita era bella quando ogni cosa coincideva perfettamente. Il lunedì quindi andai a scuola di buon mattino, feci la mia lezione e il pomeriggio andai al corso, come da impegni presi.
Si giunse al martedì. La mia coscienza era pulita, anzi specchiata, neanche un’ombra di turbamento o di premonizione offuscava la mia serenità: non soltanto non mi ero assentata dal corso ma, cosa più importante, non avevo fatto mancare la lezione ai miei studenti e avevo presentato una bella relazione agli scrutini. Quel giorno, avendo finito le mie lezioni alle 13.30 e poiché alle 14.30 sarebbero iniziati i successivi scrutini, invece di andare a casa che era un po’ distante, mi ero concessa un’ampia fetta di pizza e mi ero trasferita nella sala insegnanti a ingannare il tempo, leggendo qualche circolare qua e là. All’improvviso uno squillo sul cellulare. Il numero era quello della mia segreteria scolastica! Mi accinsi a rispondere prendendo un po’ in giro la simpatica applicata e facendole notare che ero lì a due passi, ma mi accorsi ben presto che il suo tono era troppo formale “ Se è già qui, venga subito che la Preside vuole vederla”. La faccenda mi persuase all’istante che c’era qualcosa che non andava, ma cosa? Nel breve percorso del corridoio, non mi venne proprio nulla in mente. Appena entrata in segreteria, la dirigente con un’espressione poco benevola e la bocca con un broncio esagerato, era intenta ad attorcigliarsi i boccoli con nervosismo.
“Buongiorno Preside”
“Come mai lei ieri non era presente agli scrutini?” Così, damblè, senza un saluto.
Immagino che la mia espressione attonita l’abbia fatta imbufalire ancora di più, credendo che mi stessi arrampicando sugli specchi per cercare una scusa. In realtà, la mia faccia era dovuta al fatto che la domanda che avevo prodotto per giustificare il cambio turno e conseguente assenza agli scrutini era stata da lei stessa letta e firmata! Nulla poteva passare senza la sua piena approvazione! Ancora con l’involucro della pizza in mano le feci notare la faccenda, chiedendo manforte ai due applicati lì presenti. Ma loro se ne stavano rigidi ai loro posti facendo finta di lavorare, in realtà con le orecchie ben tese e i visi sfuggenti.
“Mi scusi, signora Pina – chiesi all’applicata - può farmi avere la domanda che la Preside ha approvato?”
“Ma quale domanda e domanda - sbottò la preside – lei l’ha presentata per il cambio turno, non per l’assenza agli scrutini di ieri!”
Per un attimo la mia mente vacillò e credetti di trovarmi in un paese straniero di cui non conoscevo la lingua. Allora, pensai bene di spiegarle quello che immaginavo fosse chiaro per tutti: non avendo io il dono dell’ubiquità, non avrei potuto in nessun modo essere presente al corso e pure agli scrutini. Le leggi della fisica me lo vietavano. In parole povere, se avevo chiesto un cambio turno alla mia collega per non privare gli alunni della mia lezione pomeridiana e per poter partecipare al corso, chiaramente non sarei nemmeno potuta essere presente agli scrutini!
Con gli occhi roteanti nelle orbite e i boccoli come le spire della Gorgone, la preside esplose: “Lei crede di poter fare quello che desidera, lei pensa di essere un cane sciolto, libero di non presentarsi agli scrutini, ma dico, agli scrutiniii (urlato con crescente parossismo)!!!”
“Ma preside – replicai io – non ho mai pensato di poter fare quello che voglio, sono anzi fin troppo ligia alle regole! Appunto per questo ho presentato domanda, che lei ha firmato, informandola che sarei stata al corso dalle 15.00 alle 19.00, proprio nell’ora in cui si tenevano gli scrutini”.
“Non dica sciocchezze! La sua domanda si riferiva al cambio turno e all’orario del corso, non agli scrutini. Lei ha fatto come le è piaciuto!”
Il mondo, privato delle sue naturali regole di buonsenso, roteava intorno a me: “Preside, nella mia domanda era implicito che la presenza al corso avrebbe impedito la mia presenza agli scrutini, mi pareva chiaro.”
“Sarà chiaro per lei, ma non per tutti gli altri. Lei si è presa una grandissima libertà che le farò pagare a caro prezzo. In questa scuola, se lo metta bene in testa, lei non può fare come vuole. Anche l’abitudine di ricevere qualche minuto prima i genitori, ai colloqui, lei se la deve togliere”.
“Preside, io ho tanti alunni, così ho più tempo per parlare con i genitori di tutti e trascurarne meno possibili. Non tolgo nulla a nessuno anzi, impiego il mio tempo che non verrà retribuito!”
“Non è questo il punto, io devo sapere quello che fa: da questo momento in poi voglio avere il calendario con i minuti precisi che intende dedicare ai genitori. Non sono permessi i cani sciolti in questa scuola! Per farglielo capire meglio, le scriverò immediatamente un avvertimento disciplinare!”
In quel momento, la dea della furia mi prese e alle labbra mi salì una rispostaccia. Ma mi contenni, dicendole: “faccia quello che vuole, buongiorno” e infilai la porta.
 
Dopo una mezz’ora la rividi agli scrutini. Pareva avesse dimenticato tutto, però era come se io fossi diventata più invisibile di prima. L’anno è trascorso così come era iniziato. Non mi è stato mai recapitato nessun avvertimento disciplinare.
 banner468x60-gold di diabolicomarco
postato da: Chronica alle ore 19:24 | Permalink | commenti (1)
categoria:scuola
venerdì, 22 febbraio 2008

Io e mia sorella non abbiamo tanti anni di differenza, appena due e mezzo, ma fino a qualche tempo fa mi sembravano due secoli. A dirla tutta, io non smetterò mai di sentirmi la sorella maggiore che guida, aiuta, protegge e rompe maledettamente le scatole alla minore con il suo fulgido esempio di rettitudine, ma penso che ormai ci creda solo io mentre mia sorella continua la sua vita di mamma, moglie e professoressa di educazione fisica infischiandosene di quello che vado cianciando in giro. Però oggi ho voglia di raccontare qualche aneddoto anche su di lei. Da piccole siamo state due sorelle molto unite, e lo siamo ancora per la verità: anche se ci dividono molti chilometri e conduciamo vite diverse, non manchiamo di sentirci quasi ogni giorno. A questo punto della nostra vita però, sono terminate le sane litigate a suon di ceffoni e tirate di capelli che fino ai 15, 16 anni hanno caratterizzato la nostra convivenza e hanno preso il posto tranquille e civili chiacchierate sull'ultima che ha fatto mamma o su cosa va combinando la cugina un po' esaltata. Ma torniamo ai tempi che furono: nella storia che vado a raccontarvi i personaggi li conoscete già e sono tutti comprimari: mia madre, mio padre, mia sorella, mio cugino Pietro (quello che bevve il mio esperimento) ed io stessa. La scena è la nostra strada di quartiere e lo sfondo lo fanno i vicini di casa, affacciati in quella domenica di luglio ai propri balconi. Devo spiegare l'antefatto però: mia sorella, che all'epoca aveva nove o dieci anni, andava matta per i telefilm di Starsky e Hutch. Li ricordate? Un cult a cui molti della mia generazione sono ancora legati e che persino i più giovani conoscono bene. Non credo che qualcuno ignori le loro avventure, ma per chi fosse vissuto fino ad adesso in qualche giungla amazzonica, basti sapere che si trattava di due poliziotti degli anni settanta, single e molto viveur, con una potente macchina rossa che riuscivano a sventare i piani criminosi di chiunque. Naturalmente, in ogni puntata uno dei due (di solito il biondo) finiva per rimorchiare la bella di turno. Quella domenica di luglio (perchè le cose, sappiatelo, accadono sempre di domenica e nei giorni di festa), mio cugino Pietro era venuto a pranzo da noi: mia sorella ed io gli eravamo state tra i piedi come al solito e gli avevamo dato tanto fastidio con le nostre domande e impertinenze che il poveraccio, che aveva pur sempre ventanni, aveva deciso di tornare a casa sua a rilassarsi. Allora mia madre pensò bene che fosse arrivato il momento di uscire tutti insieme e andare a trovare sua sorella, ossia la mamma di Pietro. Non ci parve vero: già quella mattina non eravamo andate al mare per motivi incomprensibili addotti da mia madre, poi era arrivato Pietro che aveva assorbito tutte le nostre energie, perciò andare dalla zia e soprattutto nel suo giardino era il giusto completamento ad una giornata davvero moscia. Iniziarono i preparativi. Mio padre intanto, come al suo solito, era già bello e pronto con un piede sulla soglia mentre mia madre temporeggiava in bagno e noi due sorelle litigavamo su chi avrebbe messo il prendisole giallo con le bretelline. Sebbene mia madre ne avesse acquistati uno per ciascuno di colore diverso e sebbene non avessimo la stessa taglia, accadeva sempre che per un motivo o per l'altro quello giallo ce lo contendessimo ogni volta. Il giallo era il suo, il mio era turchese, ma quello giallo mi sembrava mille volte più bello e femminile del mio. Idisioncrasie di bambina. La scena era ormai questa: mio padre batteva il piede sulla soglia, mio cugino Pietro ancora curiosava e infilava mani e testa nella guantiera delle paste domenicali, mia madre si dava l'ultimo tocco di rossetto sulle labbra e mia sorella ed io, un lembo per ciascuno, tiravamo con forza il prendisole giallo. Ma mia madre finì presto di darsi il rossetto e come un fulmine piombò in camera, assestò per par condicio un ceffone a tutte e due, diede uno strillone a me e passò a dettare le condizioni dell'uscita imminente: ognuna col suo vestito predeterminato o tutti a casa. Quella volta mi andò male. Con un broncio lungo così dovetti indossare il mio prendisole turchese, mentre osservavo mia sorella che con la vittoria sul viso scivolava beata nel suo giallo. Ma gliela avrei fatta pagare quanto prima, ah come gliela avrei fatta pagare! Finalmente la famiglia fu pronta e così ci ritrovammo tutti giù al portone per infilarci in macchina ed andare a rallegrare la vita alla zia, la zia Marianna che tutti i nipoti dovrebbero avere. Mio cugino Pietro era venuto con la sua vecchia Ford Escort color argento e con quella intendeva tornarsene a casa, mentre noi ci saremmo imbarcati nella Ford turchese di famiglia quando ecco un nuovo capriccio ci prese. “ Voglio andare in macchina con Pietro!No, tocca a me, tu hai il prendisole giallo” . “Ma l’altra volta ci sei andata tu, perciò stavolta tocca a me!” : “No, a me, io sono la più grande! Etc, etc. fino a che mia madre riprese le redini della situazione e con uno scapaccione per ciascuna prese a spingerci entrambe in macchina, mentre mio padre pigiava impazientemente sul pedale dell'acceleratore. Mia madre però si distrasse e, richiamata dalla nostra vicina di casa che la salutava, mollò la presa su mia sorella che le sfuggì dalle mani. Mia sorella, che chiameremo Ivana, aveva un disegno criminale ma molto divertente in testa: si convinse in quel momento di essere Starsky e di dover correre appresso al delinquente di turno, ossia mio cugino Pietro, mentre io, Hutch, rimanevo confinata in macchina sotto il fucile spianato di mia madre, ossia la complice del primo delinquente. Mio padre era l’autista, criminale pure lui. Nel frattempo, mio cugino Pietro, che con grande sollievo si era scrollato di dosso la compagnia di entrambe noi cugine, rombando e sgommando si era già avviato verso casa di sua madre, ma in quel momento era fermo al primo incrocio ignaro degli intenti di mia sorella. Infatti questa, svelta come un coniglio braccato da una lince,  pensò bene di attaccarsi alla portiera del lato passeggero dell'auto di mio cugino proprio mentre questi ripartiva, all’oscuro del fatto che appesa alla maniglia della sua macchina c’era mia sorella, convinta di essere una star dei telefilm. Il tempo si fermò per noi, ma non per Ivana che sballonzolava come un pupazzo senza vita. Io assistevo alla scena divertendomi moltissimo e pensando che in cielo c'era giustizia per gli oppressi, quando un urlo altissimo si levò all’improvviso: mia madre, con uno scatto degno del miglior centometrista di colore, si slanciò all’inseguimento di mio cugino mentre la signora che era stata causa della sua distrazione, si spenzolava dal balcone strappandosi i capelli. La corsa di mio cugino, sempre sgommando, durò fino al successivo incrocio, senza che si rendesse conto del dramma che si stava consumando accanto e dietro di lui: di certo non si era accorto né di mia sorella, né di mia madre che galoppava come una leonessa al suo inseguimento. Per fortuna Ivana credette bene che il gioco poteva bastarle: mollò la presa e rotolò lontano dalle ruote della macchina. In quel momento arrivò mio madre, pronta a raccogliere i resti della scriteriata. Ma non si era fatta quasi nulla e dopo i primi abbracci e baci convulsi e frammisti alle lacrime, non tardarono ad arrivare anche rimproveri e sculaccioni. Il dramma si era consumato, la tragedia era stata sfiorata, il torpore sonnacchioso di una domenica pomeriggio era stato scosso, ma alla fine nulla era successo. Beh sì, qualcosa sì: il prendisole giallo si era irrimediabilmente rovinato!

postato da: Chronica alle ore 16:58 | Permalink | commenti (7)
categoria:parenti amici e tanti guai
giovedì, 06 dicembre 2007

Io non ho figli. Non mi sono mai sentita attratta dalla maternità, nè pronta per un passo del genere. Non ho rimpianti, nè mi sento vuota e manchevole di qualcosa. Quasi tutte le mie colleghe ed amiche figli ne hanno, ed è il loro disagio che avverto quando dico che io figli non ne ho: è come se un pò mi considerassero deficiente di qualcosa, come se Dio o la natura mi avessero privata di un bene inestimabile. Invece io mi sento bene, appagata dei miei spazi e del tempo di cui posso godere quando ne ho voglia. Mi sento così da sempre e mi auguro di non cambiare mai idea, perchè sarebbe davvero poco saggio da parte mia mutare le mie intenzioni. Però oggi riflettevo tra me sulla questione maternità e paternità. E' vero, ci si sposa tardi e di figli se ne mettono al mondo sempre meno, ma quelli che lo fanno sanno davvero a cosa andranno incontro? Ragionavo così tra me, perchè ne vedo tante, troppe. Per lavoro io istruisco ed educo i frutti dei lombi degli altri (come si diceva una volta), e con i ragazzini ho a che fare tutti i giorni. Ed anche con i genitori. Che vedo spesso smarriti, isolati e senza risorse educative e, per contrasto, permissivi e pronti ad ogni capriccio dei figli. Ma sono i piccoli quelli che mi fanno più tenerezza. E pena. Li vedo tra i banchi, occupati a svolgere compiti, a risolvere problemi, a temperare matite; li osservo e  so che a casa li aspetterà la tata straniera, oppure una mamma troppo indaffarata a rifarsi una vita, o un papà che vive con la nuova compagna. Li guardo e mi chiedo a quanti litigi avranno assistito, a quante porte sbattute e che pianti nella notte avranno fatto, sapendo che il papà e la mamma non avrebbero più condiviso lo stesso tetto. Anzi, loro stessi, di fine settimana in fine settimana avrebbero preso la strada di una nuova casa, con lo zainetto da riempire e svuotare all'occorrenza. Lo so, lo so, che cosa si può fare quando il matrimonio non è più una strada da percorrere fino alla fine? E' meglio stare insieme, lasciando che i figli assistano a litigi senza fine? No, me ne rendo conto. Eppure, mi chiedo, perché ci si lascia quando i figli sono già nati? Sono essi stessi una bomba che fa deflagrare il matrimonio? Non è possibile pensarci prima, testarsi prima, capirsi prima di mettere al mondo qualcuno che ci coinvolgerà per la vita intera? Io ci ho sempre pensato molto, moltissimo alla responsabilità che proviene dal dare una vita. Ci ho pensato talmente tanto, che non mi sono sentita all'altezza. E infatti guardo alla maternità e alle donne che ci si cimentano, come a delle eroine. Ma poi vedo i piccoli e mi si stringe il cuore. Certo, lo so che la mia strada non è un esempio da seguire, anche se è pur vero che ben presto si risolverebbe il problema del sovraffollamento nel mondo; ma neanche la leggerezza con cui si procrea mi pare cosa buona... Si vede che oggi è giornata storta, di riflessioni amare, di scoperte dolorose, di bambini che piangono troppo spesso. Domani, è un altro giorno.

postato da: Chronica alle ore 20:14 | Permalink | commenti (9)
categoria:il mistero della vita
domenica, 11 marzo 2007

Oggi è il mio compleanno. Come ogni anno, dacchè mi ricordo, apro gli occhi pensando alle cose meravigliose che la giornata mi porterà. L'anno scorso, entrarono i ladri a casa. Due anni fa, si ruppe la macchina. Tre anni fa, mi venne un orribile herpes. Il giorno del mio 18mo compleanno, festa grande con tanto di palla da discoteca appesa al soffitto e orde di invitati, si scatenò un diluvio che mi fece temere per le sorti mie e dell'umanità intera. Eppure, ogni volta io sono contenta. Oggi è la mia giornata speciale e so che comunque la festeggerò. Tanto per cominciare, ho preso una pausa in cucina dove mi sto affannando dall'alba per i miei commensali: mia madre è appena uscita per andare a fare una passeggiata e mio padre è in giro per musei. Naturalmente ho già lavato i 20 piatti di ieri sera, residuo di un anticipo di festa. Però, come ogni anno, io e mia madre abbiamo iniziato una tradizione che mi augurò terminerà il più tardi possibile: mi racconta per filo e per segno le ore che precedettero il parto e quelle che seguirono. Ormai so la storia a memoria, ma non mi stanco di ascoltarla, perchè mia madre è capace di arricchirla di particolari mai uditi prima. Cominciò tutto così.

Mia madre è l'ultima figlia di quattro fratelli e per questo era anche la più coccolata. Sposò mio padre non giovanissima per quei tempi, ma oggi diremmo che era quasi minorenne. Dopo nemmeno un anno di matrimonio, anch'esso caratterizzato da bizzarri avvenimenti, nacqui io. Si aspettavano il maschio, ovviamente, ma fu evidente che gli aruspici erano stati poco attenti.

Era una fredda serata di marzo e mia madre era gonfia come un otre.  Erano le nove di sera e cominciava ad avvertire un certo malessere: nella sua ingenuità, attribuiva la colpa alla pasta e fagioli che aveva ingurgitato con estremo piacere, pensando che le si fosse fermata sullo stomaco. Così, distesa a letto, con le coperte che si gonfiavano sulla pancia come il tendone di un circo, meditava sulla sua golosità...

Mio padre intanto le dormiva al fianco, ignaro delle elucubrazioni della moglie. Ad un certo punto, anche a mia madre fu chiaro che non si trattava di un'indigestione. La prima cosa da fare in questi casi è svegliare il marito. E farlo, possibilmente, con foga e allarme tali, da fargli dimenticare per sempre come si dormiva bene prima e come, invece, avrebbe dormito male (o mai più), da questo momento in poi. Io, intanto, lavoravo nell'ombra. In breve, la famiglia fu all'erta. I due non possedevano ancora un'automobile, erano una giovane coppia quasi indigente, ma nessuno se ne accorgeva, perchè le giovani coppie indigenti a quei tempi erano la maggioranza. Per cui, valigia alla mano, panciona prominente nell'altra, si avviarono a piedi verso la clinica che avrebbe visto i miei natali. Me li immagino, quei due, nella notte profonda, incedere faticosamente per la strada: mia madre che ogni tanto si lamenta e mio padre che la sprona e (forse) la spinge. Insomma, come la Provvidenza volle (mi sento un pò manzoniana oggi), arrivarono in clinica. Presa in consegna dalle infermiere, mia madre trasmigrò velocemente in sala preparto, su un freddo tavolone di marmo. Eh sì, questo particolare me lo ricorda sempre: "freddo tavolone di marmo", a farmi intendere che all'epoca trattavano le partorienti quasi come mucche al macello e che la sbrigatività e la mancanza di ogni comfort, erano obbligo e consuetudine di tutto il personale medico e non. Immagino che fosse così, perchè le donne dovevano ricordare che il parto avveniva con dolore (secondo i sacri dettami) e nulla doveva essere concesso alla tenerezza o alla comprensione. Come a dire: hai peccato (seppure nel sacro vincolo etc etc)? E ora pagane le conseguenze!

Mia madre, nel terrore di quei momenti, vide avanzare verso di sè non il suo medico, ma un gigantesco dottore con mani ancora più grandi che si apprestava a visitarla. E le mani le si ingrandivano davanti: le sembrava impossibile che un simile "strumento" potesse frugarla per capire a che punto si trovava. Come per incanto, i dolori lancinanti che avvertiva fino a quel momento cessarono: si alzò di fretta, raccolse la pancia che la faceva sbilanciare e con un ultimo e frettoloso " sto bene, sto bene, falso allarme!", si diresse di gran carriera verso l'uscita. Mio padre ciondolava lì davanti, nell'attesa del primogenito, quando se la vide arrivare di corsa, con un'agilità che non osservava da diversi mesi ormai.

"Beh? Cosa è successo?"

"Troppo presto, mi hanno detto che potevo tornare a casa" mentì mia madre, senza un'ombra di rimorso, trotterellando verso la libertà.

Di nuovo, valigia alla mano, i due ripresero la strada di casa, mio padre sempre più stanco, mia madre stranamente arzilla. E si rimisero a letto. Ma quella notte doveva essere molto lunga ancora...Dei due, l'uno dormiva e ronfava un pò, ma l'altra non riusciva a prendere sonno: non solo perchè non si sentiva la coscienza a posto, ma anche perchè cominciava ad avvertire gli stessi dolorini di prima. E aumentavano, per giunta. Che fare? Non aveva il coraggio di svegliare il marito, ma non sapeva neanche come giustificare quella nuova batteria di dolori. Tentò la carta dell'indifferenza: "se non ci penso, passeranno. Deve essere un pò come il mal di denti, che aumenta se non ti dedichi a qualche altra attività". Ma a quale attività puoi dedicarti a quasi mezzanotte? Il sonno era un pallido ricordo, la pancia le pulsava e a nulla serviva pensare a cosa avrebbe mangiato l'indomani. Si voltava e rivoltava nel letto, trascinando con sè le coperte e sospirando ogni tanto. Cercava di svegliare il marito, ma senza darlo a vedere, come se la cosa non la riguardasse. Ad ogni girata, i sospiri erano più forti, ma quello nulla: pareva che l'avesse morso un qualche insetto soporifero. Allora, si mise ad osservarlo nel sonno, spiando sulla sua faccia le espressioni che vi si alternavano. Questa occupazione le fece dimenticare per un pò i suoi mali, ma poi una fitta più acuta la fece decidere. D'altra parte, non aveva sofferto per nove mesi ed oltre? E perchè mai lui doveva dormire placido e tranquillo e lei patire i dolori dell'inferno da sola? Con un ultimo, studiato grido, cominciò a scuotere il marito:

"Enzo, Enzo, sto male, svegliati!"

"Eh, che? Chi?"

Mio padre faticava ad orientarsi, ma appena ebbe chiara la visione della moglie con la faccia gonfia ed anche stranamente arrabbiata, si rizzò sul letto. Se lo sentiva che quella non era una notte da trascorrere in pace. Senza dire una parola, si rimise i pantaloni, afferrò la valigia e precedette la moglie giù per la strada. Appena giù al portone, la visione del percorso da compiere di nuovo, col freddo pungente e con mia madre a rimorchio gli fece prendere una nuova decisione.

"Prendiamo un tassì!"

Risoluzione avventata, date le scarse finanze di cui disponevano, ma quando ci vuole, ci vuole!

Arrivati allo slargo dove stazionavano le auto pubbliche, mio padre, con un cenno che credeva signorile, chiamò un tassì, l'unico presente a dire il vero. L'autista che sonnecchiava, convinto che la nottata non gli avrebbe portato nulla di buono, si vide davanti un giovanotto vestito sommariamente e una ragazzina con la gonna tirata sulla pancia, i capelli ricci tutti arruffati e un'espressione poco benevola. Oh, beh, quella era nottata di avventure.

"Dove andiamo?"

"Lei ha voglia di scherzare" rispose mio padre  "di corsa alla Clinica del Sole".

Mia madre non fiatava più: sentiva che quella era la volta buona e, mani grosse o non mani grosse, nulla avebbe potuto fermare la mia nascita. Appena arrivati in clinica, manco a dire che stavano aspettandola, la rimisero di nuovo sul lettino e via in sala preparto. Ma stavolta c'era il suo medico. La cosa la rincuorò a tal punto che di nuovo i dolori parvero cessare. Stava per scendere dal lettino e  dire che si sentiva bene, quando una fitta mai percepita prima la attraversò come una pugnalata. Eppoi le cose presero una strana dimensione temporale: i ricordi divennero lucidi, impressi come fotogrammi distinti. Ora si vedeva a passeggiare controvoglia, spinta da sua sorella, perchè pareva che questo facilitasse il parto; ora un'ostetrica indisponente le rispondeva male, all'ennesima richiesta di aiuto; ora le luci sparate in faccia e il freddo tavolo di marmo la facevano sentire come una vittima al sacrificio. Ma dov'era la poesia della nascita, quella di cui aveva letto tanto, dove erano gli occhi che ti guardano gentili al di sopra delle mascherine chirurgiche? Dov'era il marito che assiste premuroso e sobbalza con te ad ogni nuovo dolore? Già, dov'era??? Ogni tanto, dalle sale vicine, sentiva urla strazianti e lo scalpiccio di piedi che andavano e venivano. Poi, all'improvviso, tutto prese un ritmo diverso: chi la tirava, chi la spingeva, chi la premeva. Ed ecco, quando credeva di stare esalando l'ultimo respiro e si stava raccomandando l'anima a Dio, una voce sgraziata esclamò:

"Una femmina! Tutta 'sta fatica per una femmina!

Ecco, questa frase la ferì più di ogni altra cosa: d'accordo, non sembravo granchè bella, niente in confronto agli esserini angelici che aveva visto nelle pubblicità. Assomigliavo anzi a suo fratello Claudio, pure nell'espressione scorbutica che avevo messo su. D'altra parte, dopo una notte di tira e molla e gli insulti dell'ostetrica, vorrei vedere voi a salutare il creato con un'espressione amabile!

E così venni al mondo, accolta come si accoglievano le figlie femmine, che a quel tempo godevano di una pessima considerazione. In primis, non avrebbero tramandato il cognome di famiglia, ed in secundis  avrebbero potuto portare chissà quali altri guai. Ma mia madre non ci pensò affatto e mio padre, che intanto si era appisolato in sala d'aspetto, a sentire che l'erede era una bambina si sciolse tutto in commozione. 

Trascorsero pochi anni in beata solitudine, poi mi raggiunse mia sorella, la cui nascita, mi si fa notare, fu una passeggiata vera e propria, in confronto alla mia.  

Ed ora vi devo lasciare, c'è qualcuno che bussa alla porta, è senz'altro il conto della pasticceria da saldare...

postato da: Chronica alle ore 11:54 | Permalink | commenti (18)
categoria:fatti della vita
martedì, 25 luglio 2006

Questa è una storia abbastanza recente. Mi è tornata in mente perchè mio padre, cercando di instillare in me un pò di rimorso, me l'ha ricordata proprio ieri. Ma io sono scoppiata a ridere ed ho subito pensato di riportarla sul mio blog per farci quattro risate tutti insieme.

La mia famiglia è sempre stata caratterizzata da un forte interesse verso le malattie. Per dirne una, mia madre fin da piccole ci ammaestrava in questo modo sui pericoli delle ferite: "ricordate che se vi tagliate in qualche modo dovete subito disinfettarvi, altrimenti entro 24 ore vi verrà il TETANO e morirete". Non vi dico le corse al disinfettante che facevamo io e mia sorella se malaguratamente ci tagliavamo da qualche parte. Ma non finiva lì, perchè non ci sembrava mai di esserci pulite bene: attendevamo il trascorrere delle 24 ore ed era quasi una delusione, se nessuna delle due cadeva morta stecchita come una mosca colpita dal flit.

Tuttavia, nonostante queste precauzioni, non ci siamo fatte mancare nulla: morsi, graffi da bestie varie, incidenti e, ciliegina sulla torta, anche una bella infezione della pelle dovuta ad un gatto rognoso.

Mio padre, protagonista dell'odierno post, non ama le malattie nè l'idea di morire. Bella forza, direte voi, e chi è colui che marcia allegramente verso il destino finale? Nessuno, appunto.

Ma quel certo mal di testa, nella mia famiglia e per lui in particolare, diventa un chiaro indizio di ictus imminente; un dolore al fianco dopo una corsa è segno di milza spappolata; la vista che si annebbia all'improvviso significa che la pressione è scesa, oppure (peggio!) è salita ma soprattutto "cosa ci sarà sotto?"

A noi, ER ha sempre fatto un baffo.

Ed a proposito di Pronto Soccorso. Anni fa, ero ancora una bambina, a mio padre venne l'influenza. Ovviamente si complicò. Non si trasformò in bronchite o polmonite, ma si infettarono le tonsille. Mio padre, come ho già detto, non ama le malattie e la conseguente inattività e, come molti uomini, viveva quella circostanza in un modo che oggi potrebbe essere materia per una spassosa sit-com. Io ero ancora piccola e non riuscivo a cogliere la comicità della situazione, ma giudicate voi.

Mio padre, riverso su doppi guanciali, passava il tempo infilandosi e sfilandosi il termometro, annotando le variazioni ed emettendo sconcertanti lamenti quando la temperatura non accennava a diminuire. Mia sorella, ancora più piccola di me, aveva trovato il suo passatempo: sdraiata sul pavimento, blocco da disegno e matite alla mano, eseguiva diversi bozzetti di mio padre sul letto di morte, arricchendo il fondale con i parenti che piangevano e sottoponendo ogni volta l'opera a mio padre febbricitante. Io ero molto preoccupata: trascorrevo le ore macerandomi nel dubbio e, quando non ne potevo più, correvo da mia madre chiedendole: "Si salverà?".

Mia madre, conoscendo molto bene le debolezze del marito, non si lasciava intenerire dai suoi modi. Alle chiamate di mio padre "Adriana, mi porti un bicchier d'acqua, sto soffocando; Adriana, quel brodo che dovevi farmi, dov'è; Adriana, vieni un momento qui, devo parlarti di una cosa seria" (quest'ultima richiesta fatta con voce cavernosa e tono di imminente sciagura), mia madre andava sì, ma con molta calma e immancabilmente rispondeva "vedo che non sei morto ancora, allora torno di là".

Ma il clou venne raggiunto ben presto. Un mattino, mia madre era andata a far la spesa con mia sorella, mio padre si sentì peggio del solito e decise di chiamare l'ambulanza. Noi abitavamo all'epoca in un palazzo di 5 piani e sotto di noi era da poco stato aperto un bar. Io ero rimasta in casa con mio padre ed una zia che faceva temporanea balia a tutti e due. L'ambulanza arrivò a sirene spiegate e si fermò, sempre suonando, sotto il portone. Ne scesero due barellieri, reggendo appunto una barella e apprestandosi a caricare un malato. Non vi dico l'emozione: erano altri tempi e vi assicuro che l'arrivo di un'ambulanza faceva ancora molta presa sul pubblico.E poi era una mattinata fiacca e tutta quell'agitazione era uno svago per il popolino che via via si ammassava sotto il mio palazzo. Il portiere, da parte sua, assisteva tutto emozionato e pronto a dispensare le notizie del giorno agli  sfortunati che non erano stati presenti all'evento. Intanto, in casa mia c'era il finimondo: mia zia, presa da una crisi isterica, si aggrappava a mio padre pregandolo di rimettersi a letto; mio padre, in pigiama e pantofole, sciarpa scozzese al collo e con in mano la sua agenda per annotare tutto, la ignorava e attendeva in corridoio i barellieri; in ultimo io, che assistevo ad occhi sgranati a quello che sarebbe stato, col senno di poi, uno degli eventi più spassosi della mia vita.

I barellieri intanto erano arrivati, bestemmiando tra i denti perchè non erano riusciti a far entrare la barella in ascensore.  Appena giunti davanti alla mia porta, con i condomini tutti affacciati e preoccupati di vedere cosa sarebbe successo, si infilarono di fretta in casa urlando preoccupati: "dov'è il prof. C ?"

Mio padre gli si parò davanti, sempre nella sua tenuta: "sono qui, ma non c'è bisogno della barella, posso scendere da solo" infilandosi decisamente in ascensore. I barellieri, non so perchè, non dissero neanche una parola. Ripresero le scale, mentre mio padre in pigiama li attendeva davanti all'ambulanza dispensando sorrisi, strette di mano e saluti alla folla che si era formata nel frattempo. Una volta arrivati i barellieri, l'ambulanza imbarcò mio padre e partì con stridore di gomme e, naturalmente, sirena a tutto volume.

Credo che se ne parli ancora, lì dove abitavamo una volta.

Perchè vi ho raccontato questo? Perchè non sono così crudele come sembro e perchè la favola di "al lupo al lupo", ha avuto grande peso nella storia che vado a narrarvi.

Qualche tempo fa, mio padre cominciò ad avvertire una costrizione al petto. Parole sue eh, proprio costrizione diceva. Naturalmente era già stato da diversi dottori e aveva fatto svariati elettrocardiogrammi. Nulla. E' chiaro che dopo due mesi di lamentele da parte sua, nessuno in famiglia ci faceva più caso. Io intanto, mi trovavo a casa mia e ascoltavo per telefono le sue preoccupazioni da una parte e dall'altra le rassicurazioni di mia madre che continuava a ripetermi "lo conosci tuo padre, no? Ricordati dell'ambulanza".

Allora presi una decisione: stavolta sarei stata parte attiva della guarigione dall'ipocondria di mio padre. Io l'avrei salvato!

E come? Ma distraendolo, coinvolgendolo in attività varie, facendo passeggiate, forse anche inerpicandoci su qualche sentiero un pò più impervio. Arrivata a casa dei miei, mio padre sembrava piuttosto mogio e preoccupato. Non faceva che andare da un medico all'altro, ma tutti catalogavano il suo disturbo come ansia. Pensai: io ero il rimedio, io la salvezza! Non persi tempo: un pomeriggio piuttosto caldo decisi di trascinare mio padre a fare una passeggiata. Fatti pochi passi, cominciai a notare che il suo incedere era diventato esitante: "papà, allora? Cosa ti senti?" Nel frattempo però, conscia del fatto che bisognava superare quella che ormai era una fobia, lo trascinavo saldamente con me. Qualcosa alla fine mi trattenne: mio padre era sbiancato e in effetti, lui gran camminatore, non riusciva a fare un passo. Pensai allora che un'ulteriore visita dall'ultimo cardiologo potesse essere un bene: avrei assistito io stessa e non ci sarebbero state più scuse alla sua ipocondria!

Ci recammo dal medico: eravamo soli in sala d'attesa, ma il dottore era chiuso nel suo studio e non ci riceveva. Sapevo che si trattava di uno di quei professoroni di grande fama, ma neanche mi pareva giusto il trattamento. Era trascorsa più di un'ora e noi stavamo ancora lì. L'ingiustizia della cosa mi balzava agli occhi: "papà, andiamo via, sappiamo tutti e due che non hai nulla, non facciamoci trattare così da questo maleducato". Mio padre era ormai alla resa e stava per alzarsi, quando in quel mentre la porta si aprì e ne uscì il medico, profondendosi in scuse. Aveva telefonate da fare. Io ero livida, mio padre pure, ma per altri motivi. Vistolo in viso, il dottore lo sottopose subito ad una visita approfondita. Io intanto sedevo impettita e sdegnosa, pronta a rintuzzare tutte le diagnosi del ciarlatano quando il suddetto si girò e mi apostrofò dicendo: "signorina, suo padre le deve la vita. Lei l'ha portato qui di corsa. Sta per avere un infarto, bisogna immediatamente ricoverarlo."

E così fu. E se possiamo raccontarlo, vuol dire che è andato tutto bene. Ma le parole del medico ancora riecheggiano nelle mie orecchie e in quelle di mio padre: "signorina, suo padre le deve la vita.."

Entrambi sappiamo che se fosse stato per i miei propositi....ma papà, lo sai che ti voglio bene!!!

postato da: Chronica alle ore 23:42 | Permalink | commenti (19)
categoria:padri e figlie
sabato, 29 aprile 2006

Questa lettera al Direttore, letta ieri su un quotidiano, mi ha colpita per tanti motivi. Non solo per la sua attualità, ma soprattutto per i pensieri e i sentimenti di questo padre che si sente un "fallito" perchè non ha santi in paradiso per sistemare le figlie..

"Gentile dottor G****, premesso che la vita stessa non dà certezze a nessuno, nemmeno a chi è molto ricco, resto perplesso di fronte all’opinione diffusa e prevalente che il lavoro debba essere flessibile e precario. Chi lo dice? I maggiori economisti, gli imprenditori, i commercianti, la maggior parte dei politici, persone cioè che studiano approfonditamente i problemi connessi con il mondo del lavoro e dell’economia: così va il mondo e non c’è verso che si possa cambiare. Io sono un maestro elementare pensionato, mio padre era un muratore. Ricordo che il lavoro di mio padre era molto precario nel dopoguerra e spesso, per farmi studiare, non solo svolgeva il suo lavoro di muratore, ma anche quello di contadino. Tante volte non bastava nemmeno il doppio lavoro per pagare la retta del mio convitto , per cui per ben due volte dovette vendere un pezzo di terreno ereditato dai genitori, altrimenti avrei dovuto smettere di studiare. Per me è andata meglio, ma le mie figlie, ormai mature, nonostante lauree e concorsi superati sono ancora precarie. Come crede che io mi senta? Un fallito. Mio padre è stato più in gamba di me, da semplice muratore. Vorrei dire, per concludere, a chi parla di flessibilità e precarizzazione: se ai vostri figli viene prospettato un futuro sempre incerto, siete felici e contenti o ne parlate perché non è un problema vostro? Infatti, chi ne parla gode di ottima salute economica: imprenditori, politici di lungo corso, professori universitari, commercianti, professionisti affermati che cedono i loro studi ai figli e così via. E gli altri? È possibile parlare solo di talenti? E chi per sua sfortuna ne ha pochi non si può rivolgere neppure al Padreterno. È stato Lui a donarli e a "condannare", si fa per dire, chi ne ha ricevuto di meno. Ecco perché è sempre più pressante il richiamo alla solidarietà, alla giustizia, all’uguaglianza, alla difesa dei più deboli, termini che sono sulla bocca di tutti, ma poco applicati. È semplicistico il mio ragionamento? Mi si dirà sicuramente di sì, ma qualche volta cerchiamo di metterci nei panni di chi non gode di buona salute!"

E questa, al di là di tanti paroloni con cui cercano di imbonirci ogni giorno, è la vera vita di tanti di noi. Per una volta, permettetemi, un post che non sia frivolo...

postato da: Chronica alle ore 14:45 | Permalink | commenti (11)
categoria:cose serie molto serie
lunedì, 21 novembre 2005

Il ricordo di questo episodio della mia vita è riaffiorato in seguito alla lettura dell'ultimo post di un blogger che apprezzo moltissimo: http://plasticrevolution.splinder.com/, detto anche Narcisso. Vorrei che nessuno insinuasse che ormai scopiazzo a mani basse, ma la contingenza presente fatta di molti impegni e di pensieri di altra natura, unita ad una scarsa ispirazione, ha fatto sì che ultimamente trascurassi un pò il mio blog. Sospetto che pochi ne abbiano sentito la mancanza, ma poichè sono una persona ordinata, il pensiero che le mie parole languissero sul web come pesci morenti nella rete, mi metteva un pò a disagio. Non che non ci dormissi la notte, ma un senso inspiegabile di malessere lo avvertivo, questo sì. Grazie a Narcisso, quindi, per avermi fatto ritrovare questo ricordo, che io reputo uno dei più gustosi della mia adolescenza!

Quell'estate fu un'estate strana. Tanto per cominciare, mio padre aveva scelto come luogo di villeggiatura un paesetto sconosciuto sul mare che però non pareva offrisse grandi attrattive, al di fuori di acqua pulita e sole splendente. La prima a ribellarsi fu mia madre: è un classico della mia famiglia. Mia madre non ama prendere decisioni noiose o pensare per tempo alle vacanze estive. Ha spesso demandato tutto a mio padre il quale, pieno di entusiasmo, ha sempre provveduto a intrupparci in posti i più inverosimili possibili grazie alla vasta rete di amici che possiede. E siccome è fiducioso nei confronti di tutti, ci siamo spesso ritrovate tra le mura di case che volevano essere prestigiose villette a picco sul mare e che invece erano strani abitati con bizzarra carta da parati e ancor più strani servizi igienici (a proposito di servizi igienici: una volta capitammo in una casa in cui la porta dei bagni era stata sostituita da una tenda di stoffa con sopra un cartello girevole. Avete presente quello dei negozi "chiuso e aperto"? Sul nostro era scritto "occupato" e "libero", ma potete immaginare di che privacy si potesse godere con un sussidio del genere...)

Mia madre quell'anno, fiutando puzza di bruciato, ricordò di dover assolutamente far visita alle cugine di Roma e per i primi 10 giorni della nostra vacanza non la vedemmo per nulla. In compenso, via telefono ci sfotteva a lungo su come pensava che fosse la casa affittata da mio padre. Noi, per dispetto, le parlavamo di tutte le sue attrattive, senza menzionare la colonna di formiche che marciava allegramente sul muro della camera da letto. Tanto, sarebbe toccato pure a lei!

Anche io avevo sentito puzza di bruciato e per premunirmi, non potendo andare da nessuna parte, avevo convinto la mia compagna di banco(frequentavamo il penultimo anno del liceo), a venire in vacanza con noi. Se non altro, ci saremmo fatte quattro risate. Beh, vi dico subito che quello fu l'anno della rottura della nostra amicizia che durava dalle medie; che zanzare particolarmente velenose costrinsero mio padre e poi mia madre a ricorrere a cure mediche; che mia sorella, pur avendo solo 14 anni, fece strage di cuori; che la vacanza terminò con ben 10 giorni di anticipo; che io tentai la fuga per tornare a casa dal mio fidanzatino e che naturalmente, venne letta a tutti la mano e fatte altre magarie che consacrarono quell'estate come la più assurda della famiglia C. Da quel momento, mio padre non si assunse più l'impegno di organizzare le ferie estive e ben presto, la famiglia C. smise di andare in vacanza tutti insieme. Si era chiusa un'epoca.

Ma torniamo a quell'assolato primo pomeriggio di luglio in cui eventi paranormali cambiarono la sorte di molti di noi....

Quel pomeriggio ci stavamo annoiando parecchio. Come tutti i pomeriggi, del resto. Lo ripeto, a parte il mare e il sole, il posto non pullulava di luoghi di divertimento. Tuttavia, avevamo almeno possibilità di scelta: a turno, un pomeriggio ci ammassavamo sotto la pensilina dello stabilimento "La cozza lucente" e l'altro pomeriggio sotto la tettoia dello " Scorfano a picco". Non erano i giorni di oggi in cui la gioventù beata si ingozza di cocktail all'ultima moda e aspetta il tramonto gettata sulla spiaggia. I tramonti c'erano, sì, ma di cocktail nemmeno l'ombra. Al massimo, un latte e menta, se volevi essere un pò più chic.

La sera prima, dentro un bar, avevamo conosciuto una strana signora: tanto per cominciare lei pr prima ci aveva subito rivolto la parola, e, in secondo luogo, si era immediatamente data da fare con bicchierini di super alcolici. Chissà perchè, il pomeriggio dopo, ce la ritrovammo al nostro stabilimento. O le eravamo molto simpatiche oppure il destino giocò la sua carta. Insomma, appena arrivò, gli animi si ridestarono. Scrutandoci ad uno a uno, e leggendo sulle nostre facce la noia più completa, decise che era arrivato il momento di fare qualche gioco. Ci mise tutti in fila, come se dovessimo passare una visita medica e noi, fessi, obbedimmo.

"Stendete le mani in avanti" ordinò.

Lei intanto ci scrutava come un ufficiale passa in rivista la truppa. " Tu no, tu sì, tu magari dopo, voi due non andate bene..." E così di seguito.

Io e la mia amica eravamo state scartate: "troppo emotive" fu la giustificazione. In effetti, a sentire che avrebbe tentato esperimenti paranormali, la mia fantasia aveva cominciato a galoppare. Già vedevo spiriti maligni prendere i corpi di chissà chi, se non addirittura il mio. Annoiata sì, ma una seconda Regan stile "L'Esorcista" proprio no! Il primo esperimento fu di levitazione. Si distese su due sedie, poi i prescelti, reggendola con due dita sotto le giunture, dovettero sollevarla. Ebbene, riuscì! Non era una grassona, ma provateci voi a sollevare una persona infilandole solo due dita sotto le ascelle o le ginocchia!

Quindi passò alla lettura delle mani. Non ricordo cosa disse agli altri, ma a me, dopo averci un pò meditato vaticinò: " Non sei una persona fedele, la linea dell'amore è troppo frastagliata...la linea della vita è abbastanza lunga, ma subirai un brutto incidente verso i 60 anni...ne uscirai però..."

Io tirai subito le mie conclusioni: "tutte balle, sono la persona più fedele del mondo, a 16 anni ho incontrato quel cercopiteco con cui ancora sto e, nonostante tutto, non l'ho nemmeno cornificato..."

Mentre ero così immersa nelle mie riflessioni, non mi accorsi che stava leggendo la mano ad un ragazzo della compagnia, uno straniero per metà, perchè pur avendo genitori italiani, viveva in Belgio. Il poveretto però era piuttosto lamentoso. Non soltanto si era preso una bella cotta per mia sorella, non corrisposta, ma non faceva altro che disperarsi perchè a Bruxelles non aveva amici, il clima era deprimente e via di questo passo...

A leggere la mano di Fabrizio, chiamiamolo così, ci mise tanto tempo...poi, bruscamente, la allontanò da sè, gli biascicò qualche previsione e se ne andò nervosamente in disparte. Il momento dopo, a voce alta, la sentimmo ordinare un doppio drink e fumare con mano tremante una sigaretta. Ma chi ci badò più di tanto??? Eravamo ancora elettrizzati dalle rispettive letture e facevamo confronti e commenti spiritosi.

Tra risate sguaiate e battute varie, ad un certo punto la mia amica, presa da un pianto dirotto, mi tirò da parte. Era tipico suo: nel bel mezzo di una qualsiasi cosa, si commuoveva e scoppiava a piangere, con mio grande imbarazzo.

"Cosa c'è, cos' hai adesso?"

"Ahhhh, ehhhhh....mmmmmi ha...hhahh..detto.."

"Ma che dici, ma fatti capire, ma chi ti ha detto cosa?"

"Lei, lei, la maga, la signora...."

"Ma cosa piangi? Ha pure detto che ti sposerai! Tu temevi che non avresti trovato uno straccio di marito, invece ha detto che ti sposerai, cosa vuoi ora?"

"Non per me, uhuhuhuhu, non per me...."

"Ma parla, dici, mi stai facendo venire il nervoso!"

"Lui, buhhhaaa, lui.....MORIRA'!"

"Lui CHI?"

"Lui, buhahhaha, muhhahahha....lui....FABRIZIO!"

Subito io e mia sorella ci girammo verso Fabrizio che, come al solito, stava un pò in disparte a rimuginare sulla sua vita disgraziata: finita la vacanza sarebbe tornato nella fredda Bruxelles. SAREBBE TORNATO???

Nei nostri cervelli, cominciarono a turbinare sentimenti di puro affetto per Fabrizio: è vero, era noioso, pesante e pedante, però diamine, di lì a poco sarebbe morto! Cosa potevamo fare per alleviargli i pochi istanti di vita? Lui, naturalmente non sapeva nulla del suo triste destino, ma noi sì. La mia amica ed io pensammo, come una sola mente, la stessa identica cosa: " TU (rivolte a mia sorella), solo tu puoi rendere più belli i suoi ultimi giorni!"

"Cosa???"

"Ma sì, cosa ti costa, pensa che farai una buona azione, in fondo non è male, ha pure la moto e..."

"Appunto! E come morirà? Lo sapete voi? Te l'ha detto, per caso?"

"Beh, no, ma ha detto che morirà solo lui, a te di morte non ha parlato, quindi..."

"Voi siete pazze! Mi rifiuto."

"Sei dura come il marmo! Ma guardalo lì, com'è triste, forse già presagisce..."

"Ora basta! Lo vado a dire a mamma e a papà!"

E così fu. Non dimenticate che mia sorella aveva solo 14 anni! Mia madre, che non aspettava altro che una buona scusa per andarsene, appena sentita tutta la storia, decise che la compagnia e la signora che frequentavamo non erano salutari per noi. In più, aveva la responsabilità della mia amica e non poteva esporla a questi traumi. Figurarsi, era la prima volta in 20 giorni, che ci stavamo davvero divertendo!

Accadde un parapiglia: io tentai di prendere il treno per scappare a casa prima di loro, nel frattempo avevo litigato con la mia amica e mia sorella perchè erano state loro a sollevare tutto il polverone. Alla fine, mia madre impacchettò tutto e tutti e tornammo a casa con molto anticipo.

Quella vacanza, che era nata sotto pessimi auspici e che sembrava si stesse evolvendo in chissà quali succosi misteri svelati, si sgonfiò proprio com'era iniziata..

Ah, dimenticavo...tornate a casa, scambiammo lunghe  e nostalgiche lettere con Fabrizio. Poi, all'improvviso, non arrivò più nulla dal Belgio. Nessuna ebbe il coraggio di indagare....

 

 

 

 

 

 

postato da: Chronica alle ore 10:20 | Permalink | commenti (48)
categoria:maghi e predizioni
domenica, 06 novembre 2005

Ultimamente vado pazza per Snoop Dogg. Vado pazza per Snoop Dogg ma ho bisogno di qualcosa, per cui mi rivolgo a voi, miei cari affezionati amici e anche a quell'anonimo ammiratore che ormai mi ha abbandonata e neanche so perchè...

Seguiranno notizie, state pronti....

postato da: Chronica alle ore 19:14 | Permalink | commenti (19)
categoria:musica ragazzi
venerdì, 28 ottobre 2005

Ieri sera mi hanno detto in quest'ordine che: sono marcia dentro e anche strafatta. Il tutto in un bagno pubblico. Se lasciassi le cose così, è evidente che la mia immagine subirebbe un serio contraccolpo. Già il luogo stesso induce a preoccupate riflessioni: cosa ci facevo in un bagno pubblico? E perchè strafatta?

Ma basta, non sforzate oltre le meningi. Vi narro i fatti: ieri pomeriggio, in piscina, dopo aver macinato vasche su vasche per circa un'ora, mi recavo barcollante nei bagni per togliermi di dosso il cloro e ridare un aspetto umano a tutta la mia persona. Vi devo confessare che non sono una patita dello sport, nonostante frequenti la palestra con regolarità. Se potessi dar retta alle mie vere inclinazioni, non alzerei un dito da mattina a sera, figuriamoci battere mani e piedi come un lemming in preda al panico. Ma devo, perchè lo sport fa bene, perchè quello che ho appena scritto non è solo uno slogan, perchè dopo ogni seduta mi sento non solo più sollevata (anche stavolta il tormento è finito!) ma soprattutto perchè avverto distintamente tutti i miei muscoli pronti, tesi, sodi e compatti.

Anche ieri pomeriggio mi sentivo così. E mentre mi insaponavo i capelli con la nuova maschera e attendevo i soliti miracolosi risultati, distrattamente seguivo la conversazione di qualcuna due docce più avanti che esordiva così: "ah, mi vergogno, mi devo proprio vergognare".

In prima battuta e, vi assicuro, non so perchè ho fatto questa associazione di idee, ho pensato che si trattasse di un personaggio politico che si rammaricava del suo operato. Sapete, la mia palestra è spesso frequentata da personaggi noti, che in costume sono proprio quel che sembrano anche vestiti: ridicoli! Comunque, ho poi capito che non si era così: non parlava di uomini e non parlava di lavoro ma semplicemente del fatto che non tollerava più il suo corpo. I suoi discorsi, diretti ad una terza persona, entravano ed uscivano dalle mie orecchie inframmezzati allo scroscio della doccia. Insomma, in una palestra è molto facile sentire persone che si lamentano della propria forma fisica e appena dopo un qualche esercizio si precipitano speranzose sulla prima bilancia. Non sto poi a raccontarvi delle occhiate di soppiatto che noi donne ci scambiamo per verificare i difetti reciproci. Ogni femmina è una possibile rivale! Comunque, appena uscita dalla doccia, ho completamente dimenticato le parole appena ascoltate e mi sono diretta agli spogliatoi. E' mia abitudine non vestirmi completamente se non ho ancora asciugato i capelli: indosso comunque biancheria intima e pantaloni, ma tralascio il maglione per evitare che miriadi di capelli facciano matasse sulle mie spalle. Non come certe svergognate che, sederi e tette al vento, passeggiano indisturbate manco fossero al raduno di Woodstock!

Mentre facevo il mio ingresso nella sala phon, ho riudito la voce di prima lamentare il fatto che era evidente che ci fosse una qualche disfunzione nel suo organismo, chè non si poteva ingrassare così. Io non avevo ancora visto la proprietaria della voce, ma in quel momento ho potuto darle una bella occhiata: era una giovane donna molto in carne, davvero tanto ma, seppure obesa, non rimandava a immagini di mollezza o di malattia. Piuttosto, sembrava un grasso sodo dove si sprofonda bene, dove è morbido restare, in una parola che può piacere a molti uomini. Tuttavia, nel momento stesso in cui io sono entrata  ha smesso di parlare. Immediatamente dopo, mentre srotolavo il filo del phon e procedevo ad inserirlo nella presa, ha cominciato una filippica di questo tenore. Non parlava a me direttamente, ma alla stessa interlocutrice di prima, grassottella pure lei, ma  sembrava  uno di quei dialoghi fatti apposta a  "nuora perchè suocera intenda".

Non voglio sembrarvi paranoica: eravamo in tre nella stanza, io e loro due. Così, ha cominciato un dicorso che con le sue parole di prima non c'entrava nulla.

Lei, rivolta all'amica ".. ma poi lo sai che quelle magre fanno sempre la dieta.."

Io:........

Lei: "..e che diete! Solo barrette, tutti i giorni barrette e chi lo sa cosa c'è dentro!"

Io:.....

Lei: "...si fanno di droga e manco lo sanno, sono strafatte e neanche se ne accorgono..."

Io:..... 

Lei: (in un crescendo rossiniano) "sono marce dentro, te lo dico io, almeno io sono sana dentro e mi godo la vita, mica come loro che sono malate, marce, marce, MALATE!"

Che avrei potuto dire? Che non mangio barrette? Che non sono strafatta e neanche fatta? Mio malgrado, le guance mi si sono un pò imporporate, ero lì lì per darle una giustificazione, ma poi perchè?

Tutto sommato, facendo mente locale, era proprio lei la stessa ragazza che mentre io nuotavo se ne stava beatamente a chiacchierare a mollo in piscina....

E così, un pò con la sensazione di essere, in quel momento, una reietta della società dei grassi, me ne sono tornata a casa...

 

postato da: Chronica alle ore 20:01 | Permalink | commenti (7)
categoria:diete sì diete no